PERIODICO DELL'AMMINISTRAZIONE COMUNALE N. 2 / ANNO 01

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Maggio 2001
SOMMARIO
EDITORIALE
Ho deciso di dedicare questo spazio ad alcune riflessioni che ho espresso in occasione della "Festa della Liberazione", il 25 aprile scorso, perché ritengo che ricordare oggi quel passato della nostra storia sia non solo utile, ma assolutamente indispensabile.

Un momento della festa di Liberazione

Ricordare le intolleranze, il razzismo, gli stermini, le repressioni, le violenze, ricordarli soprattutto ai giovani, a chi non ha vissuto direttamente quegli anni, a chi rischia di perdere un patrimonio storico ed umano che non può essere disperso. Non si deve dimenticare che quel periodo fu la rappresentazione estrema di ciò che l'uomo è stato capace di fare a milioni di altri uomini con la sola motivazione della "diversità". L'Olocausto è stato concepito non dal "mostro", né dallo psicopatico, ma dall'uomo di tutti i giorni, dal "normale", così come ha ricordato più volte anche chi, come Primo Levi, ha vissuto in prima persona quegli anni. La mancanza di democrazia ha caratterizzato il fascismo che si è espresso nel dovere di credere, obbedire, combattere. E proprio oggi più che nel recente passato, alla luce dei fatti che ogni giorno ci vengono riportati dai mezzi di informazione, bisogna tornare attentamente a riflettere su valori essenziali come la democrazia e la libertà. Per la concezione democratica il dovere del cittadino non è credere, ma ragionare, non è obbedire, ma scegliere, non è combattere, ma costruire la pace nella tolleranza.

La Resistenza è, in questo senso, un grande esempio della possibilità di scegliere sempre una strada alternativa all'intolleranza e alla repressione. E' stata una Resistenza fatta da gente che si trovò a difendere la propria famiglia, la propria vita, la propria Libertà. Tutto questo lo si può rivivere in diversi testi che riportano la vita di chi ha scelto di dire il proprio "no" al fascismo. Come nelle "Lettere dei condannati a morte della Resistenza Europea", tra le quali si trovano anche quelle scritte da un ragazzo di 19 anni di nome Giacomo Ulivi, ucciso a Modena. L'ultima lettera prima della fucilazione la scrisse ai suoi compagni di scuola per far arrivare le loro motivazioni, le ragioni, i valori che lo avevano portato alla sua scelta partigiana. Quando vide intorno a lui le rovine della guerra, i paesi distrutti dai bombardamenti, la gente impiccata, fucilata, sterminata si domandò il perché di tutto questo e la risposta che diede è una sola: se oggi siamo in questa condizione è perché in un altro momento tanti italiani hanno detto "io di politica non me ne occupo. Meglio che ci pensino gli altri". Ulivi scelse di fare il partigiano perché voleva essere anche lui partecipe della ricostruzione del suo Paese.
La lezione da tenere a mente, anche e soprattutto oggi, è che non si può restare ai margini sperando che gli eventi non ci coinvolgano, credendo che le intolleranze, la violenza, il razzismo non ci riguardino in alcun modo. Credo sia il messaggio più significativo di chi partecipò alla guerra di liberazione, è un messaggio sul quale dobbiamo misurarci tutti, sempre: è necessario avere un'idea, dei valori, dei principi basati sulla democrazia, sulla tolleranza, sulla libertà per i quali servire il proprio Paese. Se continueremo a costruire il nostro futuro fondandoci su gesti valori e questi principi, riusciremo a creare le basi necessarie anche per far crescere le condizioni sociali ed economiche di ciascuno, perché il nostro valore assoluto è la Persona.

Graziano Dell'Acqua